C’è sempre un Fibonacci!

Prendo in prestito un simpatico tormentone coniato da un amico trader, per introdurre un ragionamento che vale per Fibonacci, ma non solo.

 

I livelli di Fibonacci sono un indicatore, quindi uno strumento a disposizione del trader per supportare la sua operatività. Fin qui, tutto ok.

 

In linea teorica, la questione potrebbe essere riconducibile ad una sola e semplice domanda: ma i livelli di Fibonacci funzionano oppure no?

 

Sempre in linea teorica, se si potesse dare una risposta chiara e definitiva a questa domanda, la questione sarebbe già chiusa.

 

Purtroppo le cose non sono così semplici. Non c’è il bianco o il nero, non c’è solo il SI o il NO.

 

Ci sono due problemi, uno riguarda la DOMANDA e l’altro riguarda la RISPOSTA.

 

Partiamo dalla domanda.

 

LA DOMANDA

 

Chiedersi se i livelli di Fibonacci funzionano oppure no, è piuttosto vago.

 

Premesso che Fibonacci è vissuto a cavallo del 1200 quando la Borsa nemmeno esisteva, e si è limitato a formulare una serie matematica. Non aveva la minima idea delle possibili implicazioni sui grafici dei prodotti finanziari, che sono frutto di una applicazione successiva, in epoca moderna.

 

Ma il punto è che prima di chiedersi se funzionano, bisogna stabilire COME intendiamo usarli. Prendiamo come esempio un grafico daily di EURUSD: che cosa ce ne facciamo del livelli Fibo?

Potremmo usarli come target per la chiusura di posizioni controtrend. Immaginiamo di operare SHORT dopo il massimo in A (non importa con quale trigger e con quale livello di ingresso); allora potremmo avere come obiettivo il raggiungimento del 50% in B o del 61% in C.

 

A quel punto, potremmo analizzare quante volte raggiunge B, ma senza superare A. O senza superare A al rialzo di un valore superiore al target AB.

 

Ma potremmo anche usarli come target per aprire posizioni LONG, cioè aspettiamo che ritracci fino al 50% per entrare long in B. Oppure fino al 61% per entrare long in C.

 

A quel punto, potremmo analizzare quante volte raggiunge il livello D, oppure quante volte raggiunge il livello E, sullo stesso livello del massimo A.

 

Sono due casi molto diversi, che corrispondono a due domande diverse, che avranno risposte diverse. E qui la questione si complica, ma potremmo cavarcela facendo due analisi parallele e distinte: una per le operazioni controtrend e una per le operazioni a favore di trend.

 

Ma in ogni caso, come si formula la domanda? Quando possiamo dire “Sì, funziona”?

 

Quando la condizione è verificata almeno il 70% delle volte? Oppure ci accontentiamo del 60%?

 

Ma non è solo questione di percentuale di segnali validi. Bisogna anche considerare altri parametri.

 

Quanto vale il risk reward di quel segnale? Ad esempio, se uso B per entrare long, cosa succede quando arriva in C? Chiudo in stop prima di C, oppure metto uno stop al 70% di ritracciamento?

 

A seconda delle impostazioni della domanda, cambia la risposta.

 

Per dire se una strategia funziona oppure no, ci sono molto parametri da considerare, non basta fornire la percentuale di segnali chiusi in profitto.

 

…Si può considerare il risk reward.

…Si può considerare il rapporto tra il profitto medio e la perdita media.

…Si può considerare il rapporto tra il profitto massimo e la perdita massima.

…Si può considerare la durata dell’operazione

(e la lista non termina qui)

 

Tanto per complicare le cose, tutti questi parametri potrebbero cambiare a seconda del mercato. Oppure considerando lo stesso mercato, ma su timeframe differenti.

 

Tanto per complicare ancora le cose, bisogna scegliere che peso dare a ciascuno di questi parametri: potrei scegliere di dare una importanza elevata al risk reward e considerare gli altri come corollari. Oppure di dare lo stesso peso a tutti i parametri e dare un punteggio ponderato.

 

Insomma, chiedersi se Fibonacci funziona oppure no è una domanda piuttosto complessa.

 

Ma se è complicato formulare la domanda, può essere ancora più insidioso il modo in cui scegliamo la risposta.

 

Parliamo quindi della risposta.

 

LA RISPOSTA

 

La farò breve. Per dare una risposta a questa e ad altre domande, ho due possibilità: una scelta EMPIRICA e una scelta FIDEISTICA.

 

La prima scelta, quella empirica, è fare analisi, test, verifiche e simulazioni, finché arrivo ad una conclusione valida. Ci vuole tempo, ci vuole fatica, e soprattutto è un lavoro noioso.

 

Ma che bisogno c’è di farsi un mazzo tale, quando trovo le risposte già pronte in qualche libro?

 

Ecco la scelta FIDEISTICA: la seconda opzione è prendere per buono quello che dice una fonte autorevole. Cioè mi scelgo un maestro, una guida, uno che ne sa più di me (o almeno così reputo) e mi fido di quello che dice lui.

 

Questa è una scelta razionale ed economica, nel senso che mi permette un risparmio di risorse. Non ha senso mettersi a fare da capo tutto il lavoro che è già stato fatto da qualcun altro, quando posso partire dalle sue conclusioni. Che bisogno c’è di inventare di nuovo la ruota?

 

Il punto è che, come spesso succede, troverò sostenitori di entrambe le tesi. E quindi dovrò scegliere a chi affidarmi.

 

Se A mi dice che Fibonacci funziona e B dice di no, scelgo tra i due quello che mi ispira più fiducia. Oppure quello che mi ha dato più spesso informazioni valide.

 

Oppure scelgo A semplicemente perché nel mio ambiente B non è presente, e quindi non ho possibilità di entrare in contatto con il suo punto di vista.

 

Oppure perché B è molto più autorevole di A, ma B è inglese e il suo libro non è ancora stato tradotto nella mia lingua.

 

In conclusione, la mia scelta della guida o del maestro o della fonte autorevole è limitata alle informazioni e ai punti di vista disponibili all’interno del mio ambiente.

 

Ed ecco che ritorniamo all’esperimento sociologico.

 

Nessuno di noi si sta veramente domandando se Fibonacci funziona o no. Stiamo semplicemente “pesando” le affermazioni dei sostenitori e dei detrattori.

 

Nel pesare questi interventi, più che valutare il contenuto stiamo valutando il nostro apprezzamento personale verso chi scrive (o chi parla). Questo pesa di più della evidenza logica della sua tesi, anche se non ce ne rendiamo conto.

 

L’espressione “sono d’accordo con te” spesso non significa “mi piace quello che dici” ma “mi piace come lo dici” oppure “mi piace chi me lo dice”.

 

Oppure osserviamo il consenso di cui gode un esperto: se è seguito da molti, la sua credibilità aumenta. Se ogni volta che scrive due righe lo prendono in giro, allora non presteremo attenzione alle sue parole. Cialdini la chiama “riprova sociale”.

 

Non c’è niente di male in questo, fa parte del nostro modo di interagire con il mondo attraverso le relazioni con gli altri.

 

L’importante è rendercene conto.

 

E ricordiamoci che, ogni volta che usiamo un pattern per fare clic sul grafico, lo stiamo usando perché quel tizio che ce lo ha spiegato era così simpatico. Davvero una gran brava persona…

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